Francesco Kossuth

Quando, nel 1983, assieme a mia moglie Aurora preparammo le nostre tesi di laurea sulle miniere di zolfo nel Cesenate e ci imbattemmo in Francesco Kossuth, che nei documenti ufficiali era presentato come figlio del generale Lajos (Luigi) e nato a Pest in Ungheria, il 16 novembre 1841, avemmo la sensazione di trovarci di fronte ad un personaggio importante e che la nostra microstoria locale, di cui ci stavamo interessando, si collegava con gli avvenimenti della grande Storia a livello nazionale ed europeo.
Dopo il congresso di Vienna (1815) si sviluppava in Ungheria un movimento indipendentista e liberale, capeggiato da Lajos Kossuth (padre di Francesco), nato il 27 aprile 1802, che voleva la liberazione della sua patria dal giogo austriaco.

Imprigionato nel 1837 per la pubblicazione di un giornale “Resoconti legislativi” veniva rimesso in libertà nel 1840. Nel 1848 fu l’ispiratore della rivolta protrattasi sino all’agosto del 1849, quando fu stroncata dall’intervento austriaco, russo e croato. Lajos Kossuth dovette andare esule prima in Turchia, poi in Inghilterra ed infine in Italia, a Torino, dove, il 20 marzo del 1894, la morte l’accolse senza poter rivedere l’amata Patria: ebbe come amici il Cavour, Mazzini, Garibaldi. Nel 1859 iniziò trattative con Napoleone III e d’accordo con alcuni capi dell’emigrazione ungherese cercò di provocare una nuova rivolta ungherese. Il figlio Francesco, dopo la morte del padre, ritornerà in Ungheria divenendo in seguito capo del Partito dell’Indipendenza.

… Non esiste un’altra nazione al mondo dove ci sia un legame così stretto tra gli ideali, il desiderio di libertà e la voglia d’indipendenza come qui da noi in Ungheria.
Si capisce che questo succede nella nostra storia da quando sul trono ungherese si sono seduti gli Asburgo. Le battaglie per l’indipendenza condotte da Ràkoczy Ferenc, e che durarono quasi dieci anni, incisero nel cuore di tutti gli ungheresi onesti il marchio della libertà.

Dopo la sconfitta di Ràkoczy il nostro paese é stato coperto dal mantello scuro dell’oppressione. Durante gli anni tristi e silenziosi il popolo s’era disabituato ad ogni attività politica d’alto livello, aveva perso la fiducia in se stesso, non aveva più coraggio, non conosceva le sue forze, l’Ungheria era nascosta con cura a tutto il mondo. Più tardi, dopo il Congresso di Vienna, l’Austria ed i suoi diplomatici nascosero questa povera e sfortunata Cenerentola che é l’Ungheria; il mondo seppe solo che sul territorio dell’impero austriaco esisteva tra le altre “tribù”anche quella ungherese.

E’ stato allora che il buon Dio ha fatto nascere Lajos Kossuth, il gran Governatore, che ha guidato e combattuta la quinta guerra d’indipendenza contro i signori austriaci, é proprio Kossuth che, nel 1848-1849, ha introdotto la nazione ungherese, con le armi in mano e l’amore per la libertà sulle labbra, tra le altre nazioni d’Europa. Il Dio degli ungheresi ha benedetto il nostro paese, facendo fondere l’ideale della libertà con il nome di Lajos Kossuth e per più di mezzo secolo é stato Lui, il gran Governatore, l’incarnazione dell’immagine della libertà. Ma il Dio degli Ungheresi ci ha benedetto anche con un altro dono! Dopo la morte del gran Governatore il popolo ungherese ha trasferito il concetto dell’ideale e l’amore raggiante della libertà sul suo primogenito, attuale presidente e capo del partito dell’indipendenza: Francesco Kossuth.

Da quando il gran Governatore é tornato dai suoi avi, da quando abbiamo deposto le sue spoglie terrene nella tomba di Via Kerepesi, da allora vive fra di noi, combatte con noi, é in prima fila nella linea di combattimento il suo primogenito, Francesco, e con la sua personalità amabile ed affascinante raccoglie attorno a sé una folla sempre più grande di seguaci, un esercito che crede nell’indipendenza dell’Ungheria.
Si é messo alla guida del partito dell’indipendenza e durante questi dieci anni il partito si é raddoppiato, ha guadagnato una considerazione ed autorità mai viste e tutto questo é successo perché il presidente é Francesco Kossuth.
E’ rispettato dai suoi avversari politici, lo stimano milioni di ungheresi perché sanno che é Lui l’uomo che tiene in alto la bandiera di suo padre ed ha la vocazione a realizzare i suoi ideali.

Come é ben noto il tentativo di liberare l’Ungheria dal dominio austriaco, da parte degli insorti, falliva. La fiammata rivoluzionaria che aveva incendiato l’Europa contro le monarchie reazionarie; nell’estate del 1849, purtroppo, piano piano si spegneva e la mano forte dei regimi liberticidi s’abbatteva sui patrioti. Lajos Kossuth come il suo amico Giuseppe Mazzini, animatore della Repubblica Romana, sconfitti nella battaglia risorgimentale che aveva introdotto i primi progetti di “costituzione democratica”, dovevano lasciare la loro patria e prendere la dolorosa strada dell’esilio. Kossuth riparava in Turchia assieme a molti suoi ufficiali e soldati dove otteneva un’ospitalità vigilata da parte del Sultano prima a Vidin e poi a Kutahiyyeh in Anatolia.
I suoi tre piccoli figli, il 24 agosto 1849, venivano portati dai soldati austriaci nel castello di Pozsony, assieme alla loro governante e rinchiusi come prigionieri in un’ampia stanza al pianterreno, mentre la loro madre riusciva a nascondersi sotto falso nome nella campagna ungherese. Per le proteste della stampa europea e dei governi di Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America sulle drammatiche condizioni del popolo ungherese, l’Imperatore d’Austria, come gesto di munificenza, nel marzo del 1850, liberava i figli di Kossuth, che ritornavano a Pest dalla nonna.

A causa dei disordini che la popolazione della capitale ungherese provocava per manifestare simpatia nei confronti dei figli del patriota, la polizia pensava bene di imbarcarli, il 18 giugno 1850 assieme al loro istruttore, su un battello in navigazione sul Danubio e spedirli dal padre a Kutahiyyeh. Nel frattempo anche la loro madre, dopo varie peripezie, riusciva a raggiungere la Turchia; la famiglia al completo si ricomponeva.

L’11 settembre 1851, a bordo della nave da guerra americana “Mississippi”, Lajos Kossuth e la sua famiglia lasciavano Costantinopoli con meta Marsiglia prima e poi Londra. Mentre il patriota si recava negli Stati Uniti d’America per cercare aiuti per la causa ungherese, i suoi figli iniziavano la scolarizzazione prima a Londra poi a Parigi e di nuovo a Londra. Francesco Kossuth si era specializzato in molte scienze, aveva avuto molti diplomi, fra i quali quello d’ingegneria, architettura, scienze naturali, scienze politiche e matematica e con una versatilità anche alle belle arti. Sarà un eccellente pittore e scultore, parteciperà a diverse mostre anche in Italia lasciandoci un gran ritratto di suo padre assieme ad un busto di fattura classica . Era pure un ottimo pianista e compositore, le sue musiche avevano avuto successo pure in Italia. Finiti gli studi d’ingegneria, nel 1860, iniziava la sua carriera lavorativa nella costruzione della linea ferroviaria nella contea di Devon, nel sud dell’Inghilterra. Nel frattempo il padre Lajos per portare avanti la sua attività politica si era rifugiato a Torino, sotto la protezione dell’amico Cavour. La famiglia Kossuth, molto unita, seguiva il capofamiglia in Italia. Era il ministro dei lavori pubblici, il toscano Ubaldino Peruzzi, ad offrire, nel 1861, a Francesco Kossuth un posto di rilievo al ministero, visto la competenza ed il nome, ma il carattere puritano del patriota ungherese convinceva il figlio a rifiutare l’offerta favorevolissima ed ad iniziare, come chiunque altro, in un nuovo lavoro. Così s’impiegava alle dipendenze di un imprenditore ferroviario, impegnato nella costruzione della strada ferrata in Liguria, in particolare nel difficile tratto La Spezia – Genova – Nervi. Dopo quest’esperienza diventava direttore tecnico e capo divisione ministeriale per i lavori d’alta ingegneria per la costruzione del tunnel del Moncenisio e in seguito sarà il responsabile della sorveglianza ferroviaria della rete di Genova.

A CESENA

Francesco Kossuth appena arrivato a Cesena sposava la nobildonna inglese Emilia Hoggins, di tale straordinaria bellezza da apparire, alle trasognate contadine romagnole che la vedevano cavalcare per le campagne dell’entroterra, come una “Madonna dai folti capelli dorati con ciglia nere ed occhi color viola”. Si trasferiva, ben presto, da una modesta casa nelle vicinanze della barriera Cavour nel sontuoso palazzo Guidi, vicino al teatro comunale, apportandovi tali modifiche e ristrutturazioni da rendere la decaduta casa nobiliare centro di vita mondana e culturale; diventerà, dopo la partenza di Kossuth da Cesena, sede di un’importante scuola industriale. Quasi tutti gli ufficiali dei reggimenti di cavalleria e fanteria, di stanza a Cesena, erano stati ospiti in casa Kossuth.
[…] Francesco Kossuth procedeva con passi da gigante nella sua carriera d’ingegnere, facevano la sua conoscenza ricchi imprenditori inglesi, che si erano associati per lo sfruttamento delle zolfare che si trovavano nel comprensorio di Cesena. Per anni ed anni ingegneri inglesi hanno tentato di sfruttare le miniere di zolfo cesenati senza avere grossi risultati; gli azionisti della Cesena Sulphur Company limited, all’inizio del 1873, chiesero a Francesco la sua disponibilità per l’incarico di Direttore generale. Accettando questa proposta lasciava il suo posto di alto livello al ministero italiano, che si era conquistato nonostante la sua giovane età, grazie alla sua forza di carattere ed alla sua diligenza. Poteva essere fiero del nuovo incarico di direttore generale delle zolfare di Cesena, che era molto più dignitoso e remunerativo rispetto a quello precedente, soprattutto a 32 anni aveva costruito una carriera in un paese straniero senza favoritismi e non per casualità, ma era il frutto di un duro lavoro quotidiano e della forza che proveniva dalla sua gran sapienza. Questo nuovo posto era molto redditizio ma costava molta fatica ed era molto pericoloso.

E’ abbastanza difficile comprendere le ragioni per cui il giovane e promettente ingegnere ungherese aveva abbandonato l’elegante ambiente torinese per venire a Cesena, ma soprattutto per lavorare fra “le tetre montagne” della Boratella, così descritte dal Delegato di Pubblica Sicurezza di quella località nei frequenti rapporti al Sottoprefetto di Cesena. Certamente l’elevato stipendio, una partecipazione agli introiti sulla quantità di prodotto estratto e l’avventura in un’impresa, che era riuscita a pochi, l’avevano fortemente determinato a tentare. L’importanza sempre crescente assunta dallo zolfo italiano sul mercato mondiale, anche per l’esplodere, nella seconda metà dell’800, dell’industria chimica (acido solforico, fertilizzanti, esplosivi, prodotti farmaceutici) e di quella tessile, aveva favorito la nascita della Cesena Sulphur Company limited a Londra nel 1871 con capitale in lire sterline. Il conferimento dell’incarico di direttore generale, con ampia procura, a Francesco Kossuth ebbe notevoli riflessi sulla Romagna per la creazione di una cultura “industriale”. L’esperienza di una forte personalità, come quella del figlio del patriota ungherese, maturata in una Inghilterra dove la “rivoluzione industriale” aveva già provocato sconvolgimenti epocali, portava ad un capovolgimento dei rapporti sia con la classe operaia sia con la classe politica locale. Cercò di migliorare, con l’organizzazione ed una migliore tecnologia, il duro lavoro nelle miniere elevando la produzione a standard sino allora mai conosciuti, tentò d’innalzare il problema dello zolfo romagnolo a livello nazionale reclamando quell’attenzione dal potere centrale, che avrebbe facilitato o perlomeno reso paritario il confronto con il concorrente zolfo siciliano, aiutato con agevolazioni, in particolare, nel trasporto sia terrestre sia marittimo. Memorabili furono le coinvolgenti lotte intraprese, anche per conto degli altri imprenditori minerari, negli anni ’80 nei confronti del governo per avere, finalmente, sia una diminuzione dei dazi sia le riduzioni tariffarie nel trasporto ferroviario dello zolfo cesenate, ma con risultati deludenti. L’ing. Kossuth diventava ben presto un protagonista della scena economica cesenate tentando anche di coinvolgere gli ambienti politici locali, arretrati e dominati da capi, che agivano spesso senza scrupoli di sorta e arrivavano, anche, all’eliminazione fisica dell’avversario, in nome di un’idea che si materializzava con i propri interessi personali. La”selvaggia” miniera si prestava bene a reperire figure che per poche lire avrebbero creato situazioni conflittuali sia nell’ambiente di lavoro sia in quello sociale, a beneficio di ben pochi ed individuati personaggi.

… Il predecessore di Francesco Kossuth ha lasciato le zolfare in uno stato pericoloso ed anche il posto stesso, la Romagna senza freni, era uno dei luoghi più selvaggi e rischiosi d’Italia. I minatori, gente selvaggia e testarda, sfidavano apertamente non solo la direzione delle zolfare ma lo stesso potere governativo. E’ caratteristico della situazione del posto, che per molti anni era impossibile alla Boratella, località del comune di Mercato Saraceno, dove erano le principali miniere e dove erano impiegati 2000 operai, mantenere una caserma di carabinieri perché gli zolfatai tentavano di ammazzarli. Molte volte hanno dovuto mandare interi battaglioni di soldati contro i minatori selvaggi ed indisciplinati. Quando il nuovo direttore generale era venuto a vedere lo stabilimento della miniera Boratella I, i minatori scontenti per natura, avevano già deciso d’eliminarlo. Francesco Kossuth doveva andare giù in un pozzo, profondo 80 metri, dentro una gabbia, che serviva per il trasporto degli uomini, assieme all’ingegnere capo per controllare una parte pericolante della zolfara. Quando i due erano arrivati in fondo al pozzo, due dei tre fili della corda venivano tagliati nella speranza che un solo filo non potesse sopportare il peso, cosicché i due responsabili della miniera sarebbero certamente morti. Ma la Provvidenza aveva deciso diversamente: la corda aveva resistito allo sforzo portando in superficie la gabbia, i due erano salvi. Francesco Kossuth comprese subito la drammatica situazione e mantenendo il suo sangue freddo si avvicinava al minatore che riteneva essere il più forte e appoggiando la mano forte sulla sua spalla gli disse: “-Volevate tagliare la corda, volevate uccidermi. D’ora in poi tutte le volte che dovrò andare giù nel pozzo verrà con me un minatore, ma non saprete mai prima chi verrà con me.” Gli assassini tacevano e l’attentato non fu mai più ripetuto. Li ipnotizzava con il coraggio personale ed in molti momenti critici il suo sangue freddo li ha salvati da pericoli incombenti; ciò ha avuto un grandissimo effetto su gente facilmente impressionabile, selvaggia ma allo stesso tempo d’animo nobile. Non era quindi un miracolo se alla fine i minatori si erano talmente affezionati a lui che nel momento del pericolo, quando ne chiamava un gruppo, facevano letteralmente a gara per andare con il direttore.

Nel cesenate dominava in particolare il “clan” repubblicano, non definibile allora come partito, che ruotava attorno al “carismatico” Eugenio Valzania detto “Palanchino” e che aveva in Natale Dellamore, proprietario di diversi terreni su cui erano insediate le miniere, un referente importante. La scandalosa gestione, ad esempio, dei “bettolini”, che spesso erano amministrati da prestanome legati all’entourage del Dellamore, veniva denunciata da Kossuth all’inizio della sua avventura a Cesena. Altro elemento di turbolenza era il continuo e mai risolto contrasto tra la Cesena Sulphur Company limited e Natale Dellamore, proprietario dell’ippoferrovia della Boratella, che rappresentava per le tre più importanti miniere del comprensorio cesenate l’unica via d’accesso e di collegamento alla strada provinciale Borello – Mercato Saraceno, per gli esosi pedaggi richiesti.

[…] C’era alla Boratella un sorvegliante dei lavori sotterranei di nome Luigi Belloni , che si trovò coinvolto in un incendio in galleria dove erano già pronte le mine per l’esplosione. L’incendio si avvicinava ad una velocità spaventosa ai buchi non ancora esplosi e se i minatori non riuscivano a spegnere l’incendio con le pompe ed i secchi, allora una parte dello zolfo andava perduto e per molti mesi la miniera sarebbe diventata inutilizzabile per il perdurare del fuoco. Gli operai si erano fermati costernati, stavano immobili ed irrigiditi perché sapevano che vi erano molti fori inesposi ed avevano paura per correre a spegnere l’incendio. Il sorvegliante Belloni comprese la situazione ed urlò che non vi erano più buchi inesplosi e vi si mise di fronte per provare quanto diceva: se avveniva l’esplosione tutti gli operai sarebbero stati dilaniati in mille pezzi. Il gesto di Belloni diede coraggio alla squadra e l’incendio fu domato. Erano così gli operai di Francesco Kossuth!. Prima suoi nemici incoscienti, istintivi e feroci a causa della lotta fra lavoratori e capitalisti odiavano il giovane e sconosciuto direttore, ma quando hanno riconosciuto il lui il capo con il coraggio da vero uomo che rischiava la vita con loro, allora sono diventati affettuosi e fedeli servitori ed erano pronti in ogni momento a morire per Lui.[…] Ma nonostante che Francesco Kossuth piacesse tanto a questi selvaggi, questi non erano in grado di modificare il loro carattere, odiavano i sorveglianti ed i funzionari in genere e se potevano li perseguitavano, anzi, li ammazzavano. Quando, in maniera crudele, venne ucciso il quinto funzionario della miniera e neanche i Carabinieri sono riusciti a prendere l’assassino, Kossuth si impegnò a prenderlo da solo. Lo ha seguito nel suo nascondiglio in montagna, ha combattuto con lui faccia a faccia, lo ha preso con le sue mani e lo ha consegnato al Comandante dei Carabinieri Reali. Dopo questo fatto non hanno più ammazzato nessun sorvegliante alle zolfare di Cesena.

Dopo circa 25 anni dall’accaduto la descrizione del fatto nelle memorie kossutthiane veniva enfatizzata ed un po’stravolta. In realtà il clima esasperato che si era creato alla Boratella a seguito di modifiche del sistema di pesatura del minerale estratto, proposto ed attuato dal direttore Kossuth, che aveva conseguentemente portato ad un cambiamento della liquidazione del cottimo a tutto favore della impresa mineraria, aveva fatto armare la mano dell’omicida, che riteneva di vendicare non solo il suo sopruso ma anche quello dei suoi compagni minatori. Venivano affissi manifesti, scritti a mano, come quello che é riprodotto qui di seguito dal titolo “Avviso per i scannitori delle miniere” e che termina con ” …se non vintendete di pagare la fattica ai vostri operai ..se nò morti morti i scannitori.”

[…] Nella zolfara di Boratella doveva essere fatto un lavoro molto importante ed urgente per collegare due gallerie e permettere una migliore ventilazione della miniera. La miniera di Boratella non era soggetta a gas esplosivi ma nell’eseguire questi lavori si era formato una gran quantità di gas, che era completamente sconosciuto ai minatori. Infatti l’azienda non aveva nemmeno le lampade di sicurezza e gli operai che erano stati chiamati ad eseguire il lavoro potevano correre un serio pericolo della vita. Francesco Kossuth non ha fatto come in altre occasioni altri direttori erano soliti fare, cioé che un gruppo vada sul luogo per vedere se vi sono pericoli e poi venga a riferirgli nel suo comodo ufficio di direttore. No, lui, come era il suo solito ha ordinato al capo ingegnere, al capo dei sorveglianti ed ad alcuni minatori fidati di seguirlo nel pericolo. S’avvicinavano al posto senza dire una parola; davanti c’era il vecchio sorvegliante Belloni ed illuminava la galleria con la sua grande lampada di rame e subito dietro di lui c’era Francesco Kossuth. Prima d’avvicinarsi al cantiere di lavoro, il direttore ha spiegato che l’aria esplosiva o meglio il grisou essendo più leggero dell’aria stava nella parte alta della galleria ed in presenza di questo gas la fiamma delle lampade si sarebbe colorata in un certo modo, a questo segnale si doveva subito spegnerle per evitare l’esplosione e l’incendio.

Ad un tratto il sorvegliante Belloni ritenendo che nella galleria non vi fosse traccia di grisou alzò la lampada come per dimostrare di avere ragione e nello stesso momento si ebbe un’esplosione violenta ed un incendio furioso. Tutti furono scaraventati a terra, nel buio si sentirono i lamenti dei feriti, per fortuna, poco dopo, sono arrivati altri operai che lavoravano nelle gallerie vicine ed hanno provveduto a soccorrerli. I più gravi erano Belloni, che aveva le mani completamente paralizzate, e Francesco Kossuth con dolorose ustioni e contusioni in tutto il corpo, rimarrà a letto per tre mesi e grazie alla capacità del primario chirurgo dell’ospedale di Cesena le ustioni del viso non hanno lasciato segni evidenti.[…] Descrivo ancora un altro momento della vita di Kossuth a Cesena e che lo mette in buona luce. Gli operai della miniera di Borello-Tana stavano scioperando e si erano ribellati contro il capo ingegnere Foa, che voleva costringerli a lavorare. Si stavano scagliando contro di lui con dei lunghi bastoni di ferro, chiamati agucchie, usati per praticare i fori nella roccia dove veniva inserito l’esplosivo, quando il Direttore, che stava transitando sulla sua carrozza, trainata da due cavalli bianchi, per andare ad un’altra miniera, si accorse che stava succedendo qualcosa di strano. La macchina elevatrice era ferma e davanti all’apertura del pozzo c’era una folla urlante. Il giovane direttore fermò la carrozza e si avvicinò lentamente agli operai in fermento; se avesse dimostrato titubanza o sorpresa o fosse tornato indietro scappando avrebbe fatto la fine dell’ingegnere Foa. La sua solita calma e sangue freddo non lo hanno abbandonato, quando il più facinoroso dei minatori si é fatto avanti urlando per esporre le ingiustizie, Kossuth senza la minima agitazione ha alzato il suo bastone ed ha toccato il berretto dell’uomo e con tono pacato gli ha detto: se vuoi parlare con il tuo padrone, che é sempre stato buono con te, prima togliti il berretto. L’uomo inferocito era talmente sorpreso dalla voce e dal comportamento del direttore che é diventato ridicolo, si é tolto il berretto e gli altri operai si sono messi a ridere. La gente di Romagna é selvaggia ma piegabile nel bene e nel male, i rivoltosi di Borello hanno circondato il loro padrone urlando le loro lamentele ma non minacciandolo più […]

Sino al 1878 l’attività delle miniere della Società inglese come quelle delle altre società che operavano nel cesenate ebbero uno sviluppo notevole, tumultuoso tanto da impressionare il faentino Federico Masi, redattore di una importante monografia e che assieme all’altra, stilata dal cesenate F.M.Ghini, facevano da corollario alla più ampia inchiesta Jacini, che analizzava la crisi endemica dell’agricoltura in Italia. In un apposito capitolo scriveva queste considerazioni: “…le diverse migliaia di contadini che andarono ad esercitare il mestiere di minatori e di carrettieri cessando dal lavoro dei campi non fecero retrocedere l’agricoltura nella Valle del Savio ricchissima di abitatori propri e oggi anche di avventizi (…). Altre volte le famiglie dei contadini della montagna numerose inviavano nell’inverno uno o più individui nelle lontane Maremme Romane; oggi non accade più questo, e le miniere accolgono tutti quelli che con buona volontà cercano lavoro, e del lavoro offrono adeguata mercede.” Ma il lento declino dell’industria zolfifera romagnola e il vistoso calo, nel 1880, del prezzo dello zolfo, determinavano la chiusura di diverse miniere e l’agonia di un’illusione che il metalloide romagnolo sarebbe stato il volano dello sviluppo industriale dell’intera regione. La crisi ed i conseguenti licenziamenti di mano d’opera divennero la molla scatenante di tensioni sociali che infiammavano il circondario cesenate: diversi omicidi di sorveglianti e funzionari delle miniere si collocano in questo periodo.

Kossuth, nel novembre del 1879, chiudeva l’importante miniera di Borello-Tana, licenziando c.a. 200 operai, nel tentativo di salvare le restanti miniere e ricorrendo massicciamente a prestiti onerosi con la Banca U. Geisser di Torino. Il 17 gennaio 1884, Kossuth inviava al Sottoprefetto di Cesena un interessante e interessato “Progetto per migliorare la sorte della classe operaia delle Romagne, col concorso del Governo e degli esercenti l’industria locale”, di ben otto pagine. Ormai la parabola discendente sia per il potente Kossuth sia per la sua Cesena Sulphur Company limited diventava inarrestabile.

Gli anni 80 saranno anni “tremendi” per l’ingegnere ungherese e quando le banche chiuderenno definitivamente i prestiti, sino allora profusamente concessi, il 27 maggio del 1887, dovrà compiere “l’atto doloroso” portando al Tribunale di Forli i libri contabili della sua azienda per chiederne il fallimento.
La lettera di Francesco Kossuth al Prefetto di Forlì, scritta dopo essersi recato in Tribunale, iniziava: “oggi ho compito l’atto doloroso, di rassegnare il Bilancio della Cesena Sulphur Company, e così questa società, che sotto di me ha sparso a piene mani il bene nel paese, ha cessato di vivere la sua vita benefica, ed io, allontanandomi fra pochi giorni, per quanto sarò meno agiato di £. 100 mila, porterò con me una consolazione, ed é che io feci quanto pochi Direttori di Società anonime hanno fatto, ma che per me, con il nome illustre che ereditai era un dovere, il quale dovere é stato da me compito fino agli estremi limiti. Ho potuto trovare un Curatore, che sarà accolto dal Tribunale, in modo che la lavorazione non sarà troncata, e non mancherà il pane a tanta povera gente. Questo sarebbe il mio ultimo atto, se non mi rimanesse ancora un altro da compiere, ed é, di imporre coll’esempio all’adunanza dei creditori, l’obbligo morale di volersi posporre coi crediti a quelli degli operai e dell’altra povera gente; ed allora avrò finito…” Lettera di F. Kossuth al Prefetto di Forlì con l’annuncio del fallimento della Cesena Sulphur Company (27 maggio 1887).

Non mancavano peraltro forti dissensi all’operato del direttore ungherese da parte dei creditori ed azionisti della Cesena Sulphur Company; venivano affissi manifesti in città, che denunciavano le sue manie di grandezza, il lusso ostentato. Un opuscolo “Kossuth – Thomas e la Società Inglese”, veniva dato alle stampe e divulgato ovunque; nelle 19 pagine era mostrata tutta la sua attività, sin dall’arrivo a Cesena nel 1873, in modo totalmente negativo.
Durante l’estate di quell’anno si ammalava gravemente l’amata moglie; per cercare un’aria più salutare e confacente, Kossuth, abbandonava Cesena per Castel Maggiore ma anche qui le condizioni non miglioravano affatto. Il medico curante consigliava il trasporto dell’ammalata all’ospedale di Firenze per tentare nuove cure, ma il 30 ottobre del 1887 la cara esistenza di Emily si spegneva all’improvviso.

Dopo il grave lutto Francesco Kossuth, aiutato dal fratello Lajos Tivadar, che già lavorava a Napoli, si trasferiva in quella città dove ben presto sarebbe diventato amministratore delegato dell’ Impresa Industria Italiana, società che costruiva ponti in ferro ed in acciaio e che aveva lo stabilimento principale a Castellamare di Stabia. Opere come il ponte “Dogna”, il ponte sul Ticino a Sesto, il viadotto Olona, il ponte in acciaio sul Nilo, vincendo la concorrenza dei più famosi ingegneri europei, e tante altre erano la testimonianza dell’ingegneria di prim’ordine applicata, che tecnici anche stranieri venivano ad osservare e studiare. Sui sette anni trascorsi a Napoli nella nuova attività, dopo la partenza da Cesena, le notizie sono alquanto scarne e sarebbe interessante poter sviscerare anche questo periodo. Il 20 marzo 1894, a Torino, moriva il padre Lajos, che si era sempre adoperato per vedere raggiunta la libertà della sua amata Ungheria dal giogo austriaco. Lajos Kossuth.

Nei lunghi anni d’esilio torinese il gran Governatore, prima con Cavour poi con Ricasoli e via via con i rappresentatnti dei governi europei amici aveva cercato di tessere quella trama di contatti per tenere sempre desto il “problema ungherese”. Dopo il solenne funerale, svoltasi a Budapest il 1 aprile e la deposizione delle ceneri nel Museo Nazionale, Francesco Kossuth ritornava in Italia per sistemare a Napoli ed a Torino i propri impegni. Il 29 ottobre 1894 lasciava definitivamente l’Italia per Budapest. Accolto da ovazioni e da decine di migliaia di persone, lo acclamavano come Capo del Partito dell’Indipendenza, il partito fondato da suo padre. Il 5 aprile del 1895 la città di Tapolca, vicina al lago Balaton, lo eleggeva come suo deputato al Parlamento, il 15 dicembre dello stesso anno diventava Capo del Partito dell’Indipendenza. In prima persona gestirà la politica ungherese, determinando la vita dei diversi governi succedutosi e divenendo nel 1905 anche ministro del commercio estero nel gabinetto Wekerle. Il 25 maggio del 1914 si concludeva la vita terrena di Francesco Kossuth senza vedere realizzato il sogno dell’Indipendenza della sua Ungheria, che avveniva nel 1918, alla fine della I Guerra Mondiale dopo la caduta dell’impero austriaco.