Le miniere di Cabernardi, Percozzone e Vallotica

Quando si parla di Cabernardi il pensiero corre subito alla Miniera di Zolfo, scoperta il 16 aprile del 1886, diventata nel tempo il centro minerario più grande d’Europa, con una produzione registrata fino a 60.000 tonnellate di materiale estrattivo.

La punta massima di operai ed impiegati occupati raggiunse quota 2850. Il bacino minerario aveva un’estensione di 3 km di lunghezza, 1.500 m di larghezza e 800 m di profondità, con 15 gallerie e due pozzi di estrazione profondi 460 m. La miniera aveva l’ultimo livello a 800 m di profondità, di cui 515 m sotto il livello del mare.
Il complesso industriale venne smantellato del tutto nel 1959, anno ufficiale di chiusura della miniera.

L’attività estrattiva iniziò a funzionare intorno al 1860 quando – cosi si racconta – un contadino del luogo, cercando di abbeverare le bestie ad una pozza d’acqua, si accorse che queste si rifiutavano di bere perché l’acqua era maleodorante.

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In un primo momento l’uomo chiamò il parroco e questi, a sua volta, si rivolse ad un esperto che decretò l’esistenza di una falda di minerale solforoso. Prese avvio cosi, nel podere del contadino, l’estrazione dello zolfo; prima con l’amministrazione della famiglia tedesca Buhl – Deinhard, poi con la “Società Miniere Sulfuree Trezza – Albani” ed infine nel 1917 con la Montecatini – Società Generale per l’Industria Mineraria e Chimica.
Il minerale si formò nel Miocene, circa sette milioni di anni fa quando, in seguito all’abbassamento del livello marino, iniziò la deposizione gessoso – solfifera. Gli strati di questa deposizione si trovano a Cabernardi in senso subverticale e ciò spiega lo sviluppo della miniera in profondità.
Il giacimento solfifero fu molto importante per l’economia povera di quell’area poiché non solo rappresentava l’unico modo di lavorare e guadagnare decorosamente ma fornì, per quasi un secolo, benessere e prosperità costituendo quasi un boom economico ante litteram. Lo zolfo estratto era poi raffinato con il metodo del calcarone o con quello dei forni Gill. Il primo consisteva nel riempire una fornace conica inclinata con pezzi di minerale misto a “ganga” (roccia). Si procedeva collocando alla base del cono pezzi di maggiore dimensione e si continuava con quelli più piccoli fino al riempimento. Ultimata la carica si dava fuoco al tutto. Alcuni giorni dopo – ma il periodo variava a seconda della grandezza del calcarone – incominciava a colare il minerale. In questo modo si otteneva una prima raffinazione dello zolfoIl fumo derivante dalla combustione (anidride solforosa) era talmente nocivo che nel raggio di vari km la vegetazione era pressoché inesistente. La società amministratrice dell’industria solfifera fu costretta a indennizzare i contadini danneggiati.

Il secondo metodo, quello dei forni Gill, costituiti da una serie di unità pressoché uguali poste in batteria, rappresentò un perfezionamento del calcarone: la combustione non avviene in una sola fornace ma prima in una cella e poi nelle altre, dove i gas caldi vengono fatti passare. Lo zolfo liquido viene colato in appositi stampi quadrati, detti “pani”. A Cabernardi, i pani erano in parte venduti all’estero e in parte inviati, tramite teleferica, alla vicina raffineria di Bellisio.

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Prima dell’avvento della Montecatini, che fece della miniera una vera e propria industria, la discesa nel sottosuolo avveniva in maniera rudimentale. Con l’apertura di due pozzi – di cui uno ancora visibile – e l’installazione di argani a vapore, gli operai migliorarono di molto le loro condizioni lavorative soprattutto perché furono adottati gli impianti di aerazione. Nelle gallerie infatti i minatori dovevano difendersi dal grisou (combinazione di gas metano con ossigeno), dal gas solfidrico e dal calore che sprigionavano le rocce. L’ossigeno all’interno della miniera veniva utilizzato non solo dagli uomini, ma anche dagli animali e dalle lampade.

La ventilazione artificiale permetteva  di lavorare meglio con meno fatica e di evitare esplosioni, purtroppo frequenti. Era sufficiente che l’aria della miniera contenesse una percentuale di grisou (dal 5 al 14%) affinché, con lo scoppio di una mina o l’accensione di una lampada, succedesse l’irreparabile. Anche con l’arrivo dell’elettricità il tasso di gas nel sottosuolo continuava ad essere misurato con una lampada a benzina il cui spegnimento segnalava la mancanza di ossigeno.

Il procedimento di estrazione era complesso: una volta individuata una falda di minerale, era necessario tracciare nel sottosuolo una galleria centrale e, a scopo precauzionale, inserire pilastri di sostegno per evitare il franamento.

A mano a mano poi questi erano abbattuti con il martello pneumatico per prelevarne lo zolfo e al loro posto erano inserite delle “ripiene” o “brusaie” intrise d’acqua. Il minerale, caricato nei vagoni e portato alla discenderia o pozzo, era prelevato con l’argano a vapore, del quale restano solo parti di corda del sostegno delle gabbie.

L’attività della miniera proseguì florida per diversi decenni ma entrò in crisi nel secondo dopoguerra. Infatti, nel 1952, la proprietà annunciò ottocentosessanta licenziamenti e la liquidazione dell’industria solfifera. Questo portò ad una grande agitazione sindacale e all’occupazione della miniera. Gli occupanti, circa duecento, restarono nel sottosuolo, a cinquecento metri di profondità, per quaranta giorni. La protesta, tuttavia, non evitò loro il licenziamento e a nulla valsero gli sforzi del segretario generale della C.G.I.L., Giuseppe Di Vittorio, tesi a salvare i loro posti di lavoro. Questa sorta di moderna epopea dei diritti dei lavoratori fu immortalata da Gianni Rodari in veste di giovane reporter e la notizia apparve sui principali quotidiani nazionali. I minatori protagonisti della vicenda furono ribattezzati dallo stesso Rodari “i sepolti vivi” con una locuzione che è passata alla storia.

La chiusura definitiva del 5 maggio 1959 rappresentò una vera tragedia sociale con un risvolto importante di emigrazione. Molti minatori dovettero emigrare per garantire la sopravvivenza alle proprie famiglie. La Montecatini offrì la possibilità di un lavoro a circa trecento operai a patto di trasferirsi a Pontelagoscuro di Ferrara per lavorare in un nuovo impianto petrolchimico. Oggi, in questa località padana, esiste ancora il Villaggio dei marchigiani”, costruito all’epoca proprio per ospitare la comunità dei minatori di Cabernardi.

 

L’istituzione del Parco Museo Nazionale dello Zolfo di Marche e Romagna nel 2005 da parte del Ministero dell’Ambiente, che rimette in rete la “famiglia” delle miniere di zolfo del bacino gessoso-solfifero marchigiano-romagnolo, dà nuovo impulso, anche attraverso ingenti finanziamenti, al restauro ed alla valorizzazione culturale e turistica della miniera, in stretta sinergia con le popolazioni e associazioni locali e le amministrazioni comunali.

Il fatidico segnale di inizio del grande sciopero del ’52 fu la risalita in superficie di un carrello con dipinta la parola d’ordine “Coppi maglia gialla” 

bandiera inglese

The Cabernardi Sulfur Mine was discovered on 16 April 1886 and over time has become the largest mining center in Europe, with a recorded production of extracted material of up to 60,000 tons. The maximum number of workers and employees reached 2,850. The mining basin had an extension of 3 km in length, 1,500 m in width and 800 m in depth, with 15 galleries and two 460 m deep extraction wells. The mine had the last level at a depth of 800 m, of which 515 m below sea level. The industrial complex was completely dismantled in 1959, the official year of closure of the mine.

The mining activity began around 1860 when – so it is said – a local farmer, trying to water the animals at a puddle of water, realised that they refused to drink because of the smell of the water. At first the man called the parish priest and he, in turn, asked an expert who decreed the existence of a layer of sulfurous mineral. Thus the extraction of sulfur began; first under the administration of the German Buhl – Deinhard family, then with the “Società Miniere Sulfuree Trezza – Albani” and finally in 1917 with Montecatini – General Society for the Mining and Chemical Industry.

The sulfur mine was very important for the poor economy of that area since it not only represented the only way to work and earn decently but it provided, for almost a century, well-being and prosperity almost constituting an ante litteram “economic boom”.

The activity of the mine continued flourishing for several decades but went into crisis after the Second World War. In fact, in 1952, the owners announced eight hundred and sixty layoffs and the liquidation of the industry. This led to great labor unrest and the occupation of the mine. The occupants, about two hundred, remained underground, at a depth of five hundred meters, for forty days. The protest, however, did not prevent them from being fired and the efforts of the general secretary of the CGIL, Giuseppe Di Vittorio, aimed at saving their jobs, were useless. This sort of modern epic of workers’ rights was immortalised by Gianni Rodari as a young reporter and the news appeared in the main national newspapers. The miners protagonists of the story were renamed by Rodari himself “i sepolti vivi” (the buried alive) with a term that has gone down in history.

The definitive closure of 5 May 1959 represented a real social tragedy with an important aspect of emigration. Many miners had to emigrate to ensure the survival of their families. Montecatini offered the possibility of a job to around three hundred workers on the condition that they move to Pontelagoscuro di Ferrara to work in a new petrochemical plant. Today, in this locality in the Po Valley, the “Villaggio dei marchigiani” still exists, built at the time to house the community of miners of Cabernardi.

Museo della Miniera di Zolfo

Il museo è situato nel cuore del villaggio operaio di Cabernardi, a 500m dalla miniera. Attraverso documenti, fotografie, reperti ed oggetti raccolti dagli ex minatori e dai loro discendenti, l’esposizione ricostruisce la storia di quello che per lunghi anni è stato il più importante sito solfifero d’Europa. La memoria dell’economia dello zolfo è oggi conservata e tramandata grazie all’iniziativa delle associazioni locali e dell’amministrazione comunale.
logo museo miniera cabernardi

Informazioni utili

Museo della Miniera di Zolfo
tel +39 0732956257 / +39 3337301732 / +39 3337300890
email: iat.sassoferrato@happennines.it
Sito internet: Miniera di zolfo di Cabernardi
Facebook: MinieraZolfoCabernardi
Instagram: minieradizolfo

Orari

PARTENZA VISITE GUIDATE NEI SEGUENTI ORARI (con prenotazione obbligatoria):

NOVEMBRE – MARZO: sabato ore 16:00 – domenica e festivi ore 11:00 e 16:00;

APRILE – OTTOBRE: sabato ore 16:30 e 18:00 – domenica e festivi ore 11:00, 16:30 e 18:00. Nel mese di agosto anche i giorni feriali ore 16:30  e 18:00

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Punti di vista

Alcuni scatti dal sito minerario